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“E’ Solo Un Gatto”. No, Si Chiamava Gogo. Ed Era Mia Figlia.

In BENESSERE MENTALE, RELAZIONI by Clelia MattanaLeave a Comment

No, non “come se fosse una figlia”. Era di fatto mia figlia. Non esistono figli di seria A o di serie B. Figli adottivi, che non possono essere messi sullo stesso piano dei figli biologici o I nostri amati animali che, non essendo umani, non valgono altrettanto.

E invece si che valgono. Esiste qualcos’altro. Si chiama AMORE INCONDIZIONATO. E non si quantifica nè si identifica con la specie, l’età, il sesso o come questo esserino speciale sia entrato nella nostra vita.

Sono sicura che qualche mamma starà sorridendo sulla “stupidità” della mia affermazione. Perché “Solo una mamma sa” e, orrore degli orrori, questa persona sta paragonando la morte di un animale con quella di un figlio. Ho detto qualche mamma. So che non siete tutte cosi per fortuna.

E che dire delle madri che uccidono i figli, li abbandonano (volutamente e per egoismo, non parlo di coloro che lo fanno per disperazione) che li maltrattano? C’è perfino chi abortisce perchè “non voglio rovinarmi il fisico”. Ho sentito pronunciare anche queste parole davanti a me.

Perciò non venitemi a parlare di categorie. Perchè quello che rende “madri” non è aver partorito, ma è l’amore infinito che si prova per quell’esserino indifeso che è diventato tutto il tuo mondo e a cui daresti tutto. Un amore puro, non corrotto da nulla. Che ti cambia la vita.

Cosi mi viene descritto da tante madri, e le capisco perfettamente, pur non essendo madre di un bambino. Ma capisco il senso di amore infinito che si prova per una creatura indifesa, che si aspetta che tu provveda per lei in tutto e per tutto nelle prime fasi della sua vita.

Il mio Gogo era cosi’. Pur con l’indipendenza e la fierezza tipica dei gatti, quando l’ho portata a casa un’estate di 17 anni fa era esattamente cosi. Piccola, indifesa, dal miagolio sottile, mentre la nutrivamo col latte nel piattino e le insegnavamo ad utilizzare la lettiera, cominciando quel rapporto di amore infinito durato quasi 18 anni.

 

Non sono passate nemmeno 24 ore da quando ho dovuto prendere la decisione atroce di far addormentare la mia bambina tra le mie braccia, e le lacrime, il dolore che provo, il vuoto, la rabbia, il senso che niente più sarà come prima sono talmente forti da togliermi il respiro.

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Qui qualche settimana prima che si addormentasse. Non stava ancora ufficialmente male ma il cuore di una mamma percepisce quando qualcosa non va e cosi ho chiesto di farci una foto assieme. Senza sapere che questa sarebbe anche stata anche la stessa identica posizione in cui l’avrei tenuta ieri per non farla più soffrire.

Perchè Sto Scrivendo Tutto Questo?

 

  • Per cercare disperatamente di mettere nero su bianco un vuoto che non puo’ essere colmato, ne oggi, ne mai.
  • Per cercare di dare un senso a cio’ che sto provando, dal vuoto alla tristezza al non sentire nulla.
  • Per far capire a chi sminuisce il dolore di chi perde un animale che a volte è meglio tacere piuttosto che darci una coltellata sul fianco.
  • Ma soprattutto per ricordare lei, la mia Gogo.

 

Devo fermarmi un attimo perchè le lacrime mi appannano lo schermo del laptop. Le lascio scorrere, sentendo quel dolore al petto che non mi abbandona ancora, quel nodo in gola che non mi fa mangiare o deglutire. Cerco di calmarmi e vado avanti.

Ieri esattamente a quest’ora, mentre scrivo qui, il veterinario, donna di grande sensibilità, dopo averle fatto l’ennesima puntura e una radiografia, ci chiede con voce dolce “Cosa volete fare?”

Gogo in poltrona a 10 anni
Gogo a circa 9-10 anni in una delle sue poltrone preferite dove amava addormentarsi in grembo a mio padre

Non ha bisogno di spiegare cosa intende con quella frase. Basta guardare Gogo per capirlo.

Quel gatto meraviglioso che, nonostante l’età, una settimana prima saltava, faceva la ruffiana miagolando, “incornava” con la testa la mano dei miei, facendo dei saltini per farsi accarezzare e farsi coccolare prima che andassero a dormire.

Ora ridotta in una scatola, con la lingua di fuori mentre cerca affannosamente di respirare, che non riesce nemmeno a trovare le forze per rigirarsi se sta scomoda e quindi dobbiamo intuirlo noi dai suoi lamenti, prendendola come un peso morto, e delicatamente rigirandola per vedere se va meglio.

 

gogo con la flebo

Gogo con la flebo


Gogo nei suoi ultimi giorni, quando ancora pensavamo fosse una crisi superabile e le davamo nutrimento e idratazione von la flebo. Non era ancora completamente arresa.

“Cosa volete fare”Non riesco a rispondere alla domanda, ne a guardare la veterinaria. Guardo la mia Gogo, ridotta all’ombra di se stessa, e piango disperata in silenzio. Faccio cenno con la testa che ho capito, ma non sono pronta ( non lo ero e non lo sarò MAI).

So che è la cosa più amorevole che possa fare per lei. Che ogni tanto quando non riesce a respirare e rantola, mi guarda con quegli occhioni belli ma tristi dicendo “ti prego aiutami a stare bene, sto soffrendo… aiutami”

L’ultima notte assieme l’abbiamo passata con me che le tenevo la zampina e la sistemavo di tanto in tanto, mentre leggevo articoli su articoli per capire come prepararmi sia alla sua morte che all’eventualità tremenda di dover decidere di farla addormentare.

La nostra ultima notte assieme, con me che le tenevo la zampina per scaldargliela e per dirle che c’ero se avesse avuto bisogno.

Se ami qualcuno, questa è la decisione peggiore che si possa prendere. Da un lato la parte di te attaccata a quell’essere (umano o meno poco importa) non vuole lasciarlo andar via, non riesce nemmeno a concepire l’idea di perderlo.

Dall’altro lato, quello stesso amore che ti impedisce di lasciarlo andare, è cio’ che alla fine ti fa trovare la forza per prendere una decisione che per anni credevi non saresti mai riuscita a prendere.

Una decisione che non auguro a nessuno di dover prendere. Il cuore ti si spezza letteralmente in due.

In un secondo, mentre guardavo Gogo ridotta cosi, ho rivissuto i momenti dei nostri 17 anni di vita assieme. Tutti, in un mix di emozioni e immagini. E sapevo bene che non ne avremmo avuti altri.

Eccola, solo 6 mesi prima di farla dormire per sempre. A 17 anni e mezzo con la vitalità di una ragazzina, che salta e gioca. Lei era cosi, una guerriera giocherellona.

Ma quella che stavo guardando non era già piu la mia Gogo, la mia Gogo si è cominciata a spegnere una settimana prima quando di punto in bianco ha smesso di mangiare e bere. E’ andata una sola volta a urinare (in una settimana) e a mala pena riusciva a trascinarsi fuori dalla cassetta nei giorni precedenti, per nascondersi in un angolo buio e freddo della casa.

Ha senso voler tenere in vita la tua amata bestiola in quello stato? Una creatura non solo bella, ma altamente intelligente, che sapeva benissimo di non avere più dignità. Quella dignità di cui la mia Gogo andava cosi fiera.

Mio padre si era allontanato un attimo a guardare la finestra, io mi giro verso la veterinaria, e ancora in lacrime e nauseabonda solo all’idea, le chiedo se posso pensarci e riportarla nel pomeriggio.

Nel pomeriggio non ci sarebbe stata, mi dice, solo il mattino dopo o fino alle 12:30.

Erano le 10:30. Avevo ancora due ore con la mia bimba, seppur sofferente e agitata, e non me la sono sentita di dire subito di si.

Avevamo (avevo) ancora cose da fare con lei dopo tutto, cose da dirle, baci, carezze, coccole da darle. La riporto a casa dicendo che avrei richiamato. Non ce l’ho fatta a farla finire di soffrire subito.

La sistemiamo vicina alla stufa, che lei ama il caldo, ma quello che ama piu’ di ogni cosa, proprio come la sua mamma, è sentire il calore del sole. Ogni volta che spuntava anche un raggio, la trovavi li, seduta con faccia soddisfatta a goderselo.

gogo in valigia al sole
Io di ritorno dal mio viaggio in Australia mentre disfo le valigie con lei che immediatamente si posiziona al sole nel suo angolo preferito.

E cosi’ l’ho messa al sole per l’ultima volta, e per la prima volta dopo giorni ha alzato flebilmente la testolina per guardare fuori, curiosa fino all’ultimo, per sentire i raggi tiepidi sulla sua pelliccia grigia morbidissima.

Le ho parlato, piangendo, di quanto le volessi bene, e che sapevo che nonostante fosse ancora risentita con me per “averla abbandonata” a casa dei miei, mi ha sempre voluto bene anche lei.

Qui nella sua scatolina, stesso identico punto della foto sopra in valigia, meno di un’ora prima di addormentarsi per sempre. Con la linguetta un po’ fuori per la fatica a respirare ma tentando di guardare dalla finestra e godersi il suo adorato sole.

Ultimamente mi dimostrava più affetto del solito, l’ultima sessione di coccole e baci che mi ha dato la ricordo bene. In genere dovevo avvicinare il viso e chiederle “un bacino”, con la vocina stupida che mi è sempre venuta spontanea quando le parlavo.

Stremata dalle mie insistenze, sua maestà Gogo, magnanimanente mi dava una leccatina sul naso. Se era in vena magari due pensando “Ecco, cosi mi levo di mezzo questa umana rompicoglioni, e mi finisco di lavare in pace”.

Ma l’ultima volta non ho dovuto chiedere nulla: Lei stava davanti alla sua amata stufa a lisciarsi con cura il pelo, e appena mi sono avvicinata ha cominciato a inondarmi naso, fronte e guance di baci, finendo per mettersi in bocca anche qualche capello.

Ovviamente felice e ridacchiando l’ho lasciata fare, quando mai mi ricapita un trattamento regale (in tutti i sensi) dalla mia Gogo?

Se avessi saputo che quella sarebbe stata l’ultima volta, l’avrei fatta continuare finchè non avesse girato la testa per dirmi “Ho finito, inutile che insisti”.

Perchè lei non aveva mezze misure. Se era no, era NO. E te ne dovevi fare una ragione. Ma nonostante fosse inammovibile sotto certi aspetti era poi una giocherellona e una tenerona per altri.

La mia Gogo mimetica, difficile capire dove finisse il gatto e cominciasse la copertina. Qui dormiva serena dopo una visita dal veterinario, la prima volta in cui le hanno diagnosticato la brutta insufficienza renale che assieme a delle masse nell’intestino me l’hanno portata via.

 

Come quando si accucciava vicina alla mia testa se capiva che stavo soffrendo, o vedeva mio padre andare a letto prima del solito (aveva una adorazione assoluta per lui) e si piazzava davanti alla sua porta miagolando disperata come per dire “Cos’hai? Sono qui se ti serve qualcosa” e lì sarebbe rimasta tutta la notte, se non la avessi portata via di peso ogni volta.

Tutto questo e una infinità di altri pensieri ed emozioni mi sono passate per la testa mentre la accarezzavo in lacrime promettendole che non avrebbe piu’ sofferto, che le avrei fatto andar via tutto il dolore che sentiva.

 

“Molto presto Gogo, tra poco non sentitai piu’ nulla, stai tranquilla”

E piu’ la rassicuravo, piu’ il dolore al petto e la nausea si facevano forti. Mio padre ha esplicitamente lasciato a me la decisione. Lui ha dovuto prenderla già una volta, credo proprio gli sia bastato. E sapendo che in cuor mio io l’avevo già presa, ha detto che non sarebbe venuto. Che non poteva sopportare di vederla morta.

Mi ha dato istruzioni di avvolgerla in un telo bianco e che lui si sarebbe occupato di costruire il box in legno e tutto il resto. Per tenere distratta la mente credo. Anzi, non ho bisogno di pormi nemmeno la domanda.

Prendere accordi sulla morte del mio Gogo di fronte a lei, mentre la accarezzavo, debole ma ancora viva e rivolta al sole che amava tanto. Uno strazio impossibile da raccontare.

Ho avuto forti dubbi sulla mia capacità di guidare per portarla a morire. La nausea era aumentata talmente tanto da impedirmi di fare qualsiasi cosa. Ero reduce da notti in bianco per starle vicina, fisicamente distrutta e psicologicamente devastata.

Ma qui non si trattava di me, Gogo era quella che stava davvero male, non potevo certo pensare alla mia nausea. Lei aveva la priorità, la forza l’avrei trovata da qualche parte.

Avrei tanto voluto, nonostante il dolore immenso, che la natura le facesse un regalo e se la portasse via lei, subito, senza sofferenze. Ma erano ormai due notti che la vedevo peggiorare e se pensarla addormentata per sempre era tragico, vederla agonizzare era diventata una agonia anche per me. Mi si stringeva il cuore dal dolore nel vederla così arresa e sofferente.

Eppure, E’ SOLO UN GATTO! No, Gogo era un gatto si, ma il “solo” non le si addice. Era molto più sensibile di certi umani che ho avuto la sfortuna di conoscere. Mi ha dato amore per 17 anni, riconoscendo anche la mia voce al telefono quando ero lontana per i miei viaggi, strusciandosi sul telefono mentre le parlavo dall’altro capo del mondo.

Nella sua panchetta preferita in cucina, dove mangiava con noi, rubacchiando cibo dal tavolo o facendo gli occhioni e le vocine per intenerirci e darle il suo amato prosciuttino o polletto.

Un amore puro il nostro. Come quello che tutti coloro che amano i propri animali conoscono molto bene. Non si parla la stessa lingua, ma ci si capisce eccome. Dopo 17 anni sapevo esattamente che una inflessione diversa della voce o un miao prolungato di un secondo in più o in meno aveva un significato completamente diverso.

E lei sapeva riconoscere esattamente le nostre voci e ciò che le dicevamo. Da buon gatto ovviamente se ne fregava altamente. Per questo l’ho amata così tanto. Perchè lei era cosi. Prendere o lasciare, e le coccole te le dovevi sudare. Ma quando te le dava, o si arrotolava felice sul piumone vedendoti arrivare, sapevi che ti stava dando qualcosa di davvero speciale.

Eccola come si arrotolava quando mi vedeva entrare per farmi capire che era felice e farsi coccolare. Ci mettevo sempre un attimo a capire dove aveva ficcato la testolina con tutto quel pelo!

Non è assolutamente vero che i gatti siano opportunisti e non si affezionino. Ieri sera mio padre, che si rifiuta di parlare della cosa, ha detto di punto in bianco con occhi lucidi “E ora chi ci sarà ad aspettarci davanti al portone di casa quanto rientriamo?” E mi torna il nodo in gola e le lacrime.

Mentre scrivo sono nella mia nuova casa, e ringrazio che Gogo l’ha vista solo un paio di volte e ha deciso che il tappeto in finta pelliccia fosse un avvertimento non rassicurante quindi passandoci sopra di corsa, manco fosse sui carboni ardenti, ha deciso che vivere con me non faceva per lei.

Ringrazio da un lato perchè non sopporterei di star qui ora che non c’è più. I miei sentono il vuoto incolmabile molto più di me adesso. E andare da loro mi provoca ogni volta una sofferenza che non sapevo nemmeno di avere dentro.

 

 

Le scatole ovviamente erano la sua passione. Ci si tuffava dentro e cercava di infilarsi anche in quelle semi piatte. Sfidando le leggi della fisica.

Tutto mi ricorda di lei, la sua presenza /assenza è ovunque in quella casa. La panchetta dove ci aspettava, le sedie, il punto dove si sdraiava per godersi il sole al pomeriggio, il trasportino vuoto tanto odiato, la cuccia che le ho regalato, snobbata in favore della scatola che la conteneva.

 

Ma prima di sentire la sua assenza cosi forte, sono dovuta passare dall’inferno, prendendola in braccio dolorante e ansimante, rassicurandola e baciandola come se non ci fosse un domani, e vedere la sua testolina accasciarsi per tenerla su immediatamente e posarla sulla mia spalla.

E sentirmi chiedere, per l’ultima volta, se fossi sicura di voler procedere con la seconda iniezione, quella da cui non ci sarebbe stato ritorno.

Dico di si. Guardo il suo faccino, qualche secondo prima con occhioni aperti dal dolore e ora rilassato, il respiro da rantolo a impercettibile, e si… sono sicura. La mia sofferenza sta per cominciare davvero, questo lo so bene, ma non si tratta di me. Si tratta di lei. E non voglio più vederla soffrire.

Gliel’ho promesso, e se ami qualcuno incondizionatamente non solo mantieni le promesse, anche quelle più dolorose, ma sei disposto a soffrire tu pur di far star bene chi ami.

 

L’Eutanasia, Cosa si Prova? Rimorsi e Rimpianti.

Meno di una settimana prima di morire, di rientro dal veterinario
Dal veterinario, appena inserita la cannula, stanca dopo la lotta
La nostra ultima notte assieme, mentre le tengo la zampetta fredda.
La foto della mia satanina pochi mesi fa su un gruppo FB, amata da tutti.

Per chi prova rimorso o sensi di colpa. Vi prego non abbiatene. Il dolore è lancinante, impossibile da descrivere. Ma focalizzatevi su come stava soffrendo la vostra creatura e su che regalo bellissimo le avete fatto.

Non c’è atto d’amore più grande ( e più difficile) di questo. Vero e altruistico. Sappiate che il vostro amato animale vi ringrazierebbe se potesse e che avete fatto tutto quello che potevate.

A volte anche io mi dico “Se quel veterinario che le ha scoperto l’insufficienza renale mi avesse dato subito la pastiglia, forse ora….”

Ormai non serve più. Serve sapere che abbiamo fatto tutto quello che credevamo fosse giusto, con amore. Questo non lenisce il dolore, ma personalmente mi ha completamente annullato i sensi di colpa.

Ho guardato gli occhi della mia bellissima Gogo passare da vivi a spenti durante la seconda iniezione, e quello che ho provato in quell’istante credo di averlo rimosso per il mio bene. Qualcosa di me se ne è andato in quel momento assieme a lei.

Ho dovuto fermarmi di nuovo, le lacrime che scendono al solo ricordo stavolta non si fermavano più. Le crisi di pianto mi arrivano all’improvviso, senza preavviso. Basta girarmi e vedere la scatola vuota. O odorare per l’ennesima volta la sua copertina, usata per riscaldarla negli ultimi giorni di agonia per perdere ogni controllo.

Piango sola, piango in silenzio. Non mi esce alcun suono. E’ un dolore muto, talmente lacerante dentro da sentirlo fisicamente. Il torace mi si apre per cercare di far entrare aria. Lo tengo stretto tra le mani per richiudere la ferita. Ma non basta.

Quando Gogo, ancora tra le mie braccia, si è addormentata per sempre ho sentito due cose. Una, che non mi aspettavo, è stata sollievo. Non certo per me, ma per lei. Ho sentito il suo corpo rilassato, senza dolore, senza fatica. Sapevo che ovunque fosse, non aveva sofferto in quegli attimi. Non si è accorta di nulla, solo inizialmente delle mie braccia che la avvolgevano, e del mio viso immerso nella sua pelliccia, mentre piangevo disperata dicendole che il dolore sarebbe passato subito.

E l’altra ovviamente è stato un senso di… strazio indescrivibile. Mio fratello mi ha raccontato diverse volte cosa si prova, e nonostante provassi empatia assoluta per la sua sofferenza, solo ora capisco appieno il significato vero della parola “strazio”.

Lui e sua moglie hanno dovuto prendere la stessa decisione per il piccolino, Tommy, un cagnolino adorabile che è stato un figlio per loro, come Gogo è stata mia figlia.

Il mio bellissimo tesoro che mi guarda mentre è sdraiata per il riposino pomeridiano sul suo letto personale. Difficile trovare qualcuno che la potesse amare quanto la abbiamo amata noi.

 

Quando dopo una buona mezz’ora di strazio l’ho posata sul lenzuolino bianco, ho chiamato mia madre che era venuta per controllarla sul sedile durante il tragitto e le ho chiesto se volesse entrare.

Piangendo mi ha chiesto di poterla tenere in braccio. E di chiuderle gli occhi. Cosa che non si puo’ fare cosi semplicemente con i gatti come per gli umani, serviva una fascetta, ma non ne avevamo e non volevo mettergliela.

Una volta in macchina, per fortuna al sole, ho messo la scatola con il suo corpicino coperto sul sedile di fianco al mio, in modo che, anche adesso, il sole potesse toccarla. O tenerla ancora calda e morbida come quando l’ho avvolta, seguendo le istruzioni di mio padre.

 

Una volta a casa, l’abbiamo posata in garage al riparo mentre mio padre scavava in un angolo vicino alla menta, quella menta che Gogo adorava annusare nelle giornate d’estate quando la portavamo a prendere aria.

Vedendo la scatola con lei dentro mi è venuto l’istinto di prenderla e portarla dentro casa perchè “altrimenti prende freddo”. Non riuscivo ancora a capire nè accettare la realtà che il freddo, ma anche la sofferenza non facevano più parte del suo mondo.

Quando Non Riesci A Lasciarla Andare…

E poi ho avuto un altro istinto irrefrenabile, quello di toglierle il lenzuolo per vederla e toccarla ancora una volta. Non avevo timore che vedere il suo corpicino senza vita potesse essere traumatico, avevo voglia di continuare ad abbracciarla finchè potevo. Non riuscivo a lasciarla andare.

Per fortuna ho seguito il mio istinto. Non solo la pressione del lenzuolino le ha fatto chiudere naturalmente gli occhi, ma la ha anche tenuta al caldo piu’ di quanto pensassi, e cosi, ho rivisto il mio Gogo quasi fosse una giornata calda d’estate, quando si allungava un pochino, e dormiva così serena da doverla osservare bene per vedere il pancino fare su e giu.

Era proprio cosi sotto a quel lenzuolino, dormiva tranquilla. Le ho toccato le orecchiette e si muovevano quasi come quando le muoveva se una mosca le volava vicino. Ed era ancora morbida, il pelo soffice e caldo, il suo buon odore ancora intatto e l’ho baciata, parlandole di nuovo.

Ignorando l’evidenza che lei non fosse più li, ho fatto finta di crederlo, per sorriderle, per prenderla in giro ancora una volta, per dirle che stavolta non poteva rifiutare i miei baci quando diventavano troppi.

Ho riso, ho pianto, le ho detto che anche addormentata per sempre era non solo bellissima, ma anche dispettosa, perchè (come spesso succede) si era fatta la pipi addosso. E scherzando le ho detto che doveva sempre fare le cose quando le decideva lei. E se avesse usato la lettiera questi giorni invece che farla ora, adesso sarebbe stata ancora con noi.

Come si fa a lasciare andare una creatura cosi bella, che mi ha regalato 17 anni meravigliosi?

Le cose che facciamo quando qualcuno a cui teniamo tanto ci lascia sono strane, se viste dal di fuori. Ora capisco perchè alcuni ci tengono a portare fiori freschi ai propri amati. Prima la trovavo una usanza senza senso.

Io “donna razionale e di scienza”, agnostica quindi non esattamente credente in arcobaleni e aldilà, stavo li a parlare al corpicino del mio Gogo, sapendo che non poteva piu’ sentirmi ma sentendomi comunque sollevata. Ero ancora li con lei, ed era tutto cio’ che volevo.

Non ero pronta a lasciare andare quel musetto così perfetto di profilo, quel visino che non smettevo di fotografare tanto era bello con quegli occhioni espressivi.

Sempre nella sua panchetta preferita, la mia fotomodella!

Ho anche trovato per caso la registrazione dei suoi miagolii sornioni per ottenere coccole e carezze o quando mi sentiva per telefono. Li risento come un dono inaspettato, come se chiudendo gli occhi lei fosse ancora qui.

Lo so, è la fase di negazione del lutto, quella che passano quasi tutti, nelle lunghe notti in cui mi sono presa cura di lei, mi sono documentata anche su questo. Ho avuto altri lutti umani, ma non nel nucleo familiare stretto, dove di solito si prova il dolore più acuto.

Ma come, E’ SOLO UN GATTO! Un gatto parte del mio nucleo familiare. E non esistono dolori di serie A o di serie B, ma solo dolori per chi si è amato tanto.

 

Ma è solo un gatto! La negazione del lutto per gli animali.

 

Conosco persone che non hanno provato dolore per parenti stretti o addirittura genitori, e persone, come mio fratello che a vederlo sembra non affezionarsi particolarmente a nessuno, salvo crollare per la morte del proprio cane. Ma come, era solo un cane! Andatelo a dire a lui, ma portatevi qualcosa per difendervi, perchè vi farebbe a pezzi. E lo capisco.

Per coloro che non capiscono o che deridono addirittura chi soffre le pene dell’inferno per la perdita di un animale, posso rispettare il punto di vista se si tratta di non capire. Non tutti siamo uguali o ci affezioniamo agli animali, ma abbiate la decenza di rispettare il dolore altrui.

Non esistono ne figli di serie A e di serie B ne tantomeno dolori di serie A e di serie B. I motivi potrebbero apparirvi futili, ma pensateci un attimo. Il dolore in sè, qualsiasi sia il motivo, non puo’ essere classificato futile, per cui non negatelo. Almeno quello. Piuttosto tacete.

Non diteci “Era solo un gatto” (o un cane, o qualsiasi altro animale), perchè non c’eravate voi nei momenti di bisogno, non c’eravate voi a creare una connessione che va oltre l’umano, oltre le parole. Non c’eravate voi a vedere il nostro amato animale, compagno di vita, di gioie e dolori, soffrire e poi lasciarci, serenamente o meno, davanti ai nostri occhi.

Siate sensibili per il dolore altrui, di qualsiasi tipo. La morte e come la si gestisce è un argomento talmente privato e delicato che non si puo’ far altro che tacere e stare vicini alla persona senza dire nulla, ed essere pronti a tendere una mano se ve lo chiede. O mostrare vera empatia, non frasi di circostanza.

Le Frasi Che Feriscono Di Piu’

 

Le frasi di circostanza, o di tentativo di conforto, soprattutto per il lutto provato alla morte del nostro animale e non di un essere umano si sprecano.

  • “Ma dai era vecchio, ha fatto una bella vita, domani starai meglio”
  • “Era Solo un gatto, ora basta piangere, ne stai facendo una tragedia”
  • “Era solo un gatto, prendine un altro, starai meglio”
  • “Era giovane come puoi esserti affezionato in qualche mese?”
  • “Ci sono tragedie ben peggiori che la morte di un gatto”
  • “Pensa alle vere sofferenze, altro che questo!”

 

Il dolore per la perdita di un animale non è validato dalla società come vero, serio, giustificabile. E’ visto con scherno da chi non ha animali (o non li tratta come membri del nucleo familiare). Col risultato che chi soffre non solo ha la sofferenza da gestire, ma deve farlo in silenzio, perchè non ci si puo’ disperare per un gatto!

Questo ferisce, ci isola e ci dà l’ennesima coltellata aggiungendo dolore ad altro dolore. Non chiedo di capirci, ma di rispettarci.

Provate a pensare di dire frasi simili a chi ha perso una persona cara, non lo fareste mai chiaramente, perchè è UMANO, e sarebbe socialmente sbagliato dire “Ma dai, tua nonna era vecchia, domani starai meglio! oppure , ma si prenditi uno zio a cui vuoi bene, ti farà stare meglio (dopo aver perso un padre). Assurdo vero?

 

Eppure il dolore che alcune persone provano è uguale, che si tratti di animali o persone. Traetene le conseguenze. Non siamo tutti uguali nel gestire il dolore. E il dolore per la morte del nostro animale non ha nulla di stupido.

 

Questi giorni, e soprattutto ieri dopo che il mio Gogo si è addormentato per sempre (ancora non mi rendo conto del tutto), ero parecchio vulnerabile e suscettibile e quando alcune persone care mi hanno detto una delle frasi sopra citate, mi sono alterata e l’ho fatto presente.

Voglio dire a queste persone (se leggono), e con le quali ho già chiarito, che queste mie parole non erano un riferimento a loro. So che in molti usano queste frasi con buoni propositi, e li ringrazio per averci provato, col cuore. Ma purtroppo non servono a lenire il dolore.

Ho voluto parlare del poco rispetto e/o poca conoscenza che si ha per un dolore come questo perchè è un argomento del quale si parla poco ma che so per certo coinvolge parecchie persone che soffrono in silenzio.

 

Negli stati uniti e in UK le cose sono diverse e alcune aziende danno giorni di congedo per riprendersi da questo evento traumatico, esattamente come se si fosse perso un essere umano.

 

La Mia Gogo Non C’è Più

 

La mia Gogo non c’è più e non me ne sono ancora fatta una ragione, la mia testa mi sta proteggendo da ulteriore dolore, se mai ce ne fosse altro nascosto. E un giorno saro’ in grado di ricordarla con dolcezza e con un sorriso.

Ma lei non era SOLO UN GATTO. Era un gatto che mi ha visto nei miei vent’anni, nei miei trenta e nei miei 40. E di cose nella mia vita ne sono cambiate parecchie in 3 decenni.

 

Io e Gogo: Lei meno di un anno, io appena 25 anni
Io e Gogo: Lei 17 anni, io 42 anni. Una vita assieme.

Lei è stata, assieme ai miei cari, l’unica costante di questi miei anni. Ora una parte delle mie costanti e delle mie certezze ha lasciato un vuoto enorme. Non era umana? No, ma per certi versi era meglio degli umani, anche se qui entriamo in discorsi più personali e complessi.

Ciao piccola Stella mia, si Stella maiuscolo perchè cosi ti avevo chiamata quando ti ho portata a casa in braccio 17 anni fa. Poi il soprannome, Gogo, è diventato parte di te.

 

Sei entrata della mia vita come un gatto qualsiasi, e ne ho avuti tanti a cui ho voluto bene, ma tu sei stata mia figlia. A volte alcuni animali ci entrano dentro, esattamente come alcuni umani sono speciali per noi e altri no.

Questa è stata per me Gogo. L’esserino non umano più speciale che abbia mai incontrato. NON ERA SOLO UN GATTO. Era Gogo e l’ho amata incondizionatamente per tutta la sua meravigliosa vita. Sono stata fortunata ad averti avuta nella mia vita cosi a lungo e fortunata ad avere avuto l’onore di stringerti tra le mie braccia quando te ne sei andata.

 

Riposa bene tesoro, senza piu’ nessun dolore. E’ tutto passato ora.

Dove riposi tranquilla, vicino a quella menta che amavi tanto odorare. In attesa che il tuo spazietto si ricopra di roselline.
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